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Genitorialità e psicologia sportiva
- 24 agosto 2026
- Posted by: Elisabetta Demurtas
- Categoria: Articoli
Lo sport giovanile non è solo un passatempo: è uno dei contesti educativi più potenti a disposizione di un ragazzo. Prima ancora che un campo da gioco, è una palestra di vita, il primo posto in cui un giovane affronta pressione, sconfitta, gerarchia e collaborazione. Chi lavora nello sport giovanile – dirigenti, tecnici, psicologi – sa che i due obiettivi non sono in conflitto: costruire persone solide è il modo più efficace per costruire atleti solidi. Le competenze che un ragazzo porta a casa dagli spogliatoi – gestire la frustrazione, rialzarsi dopo un errore, collaborare con chi non ha scelto – sono le stesse che gli serviranno per il resto della vita.
Al centro di questo processo c’è un equilibrio a tre: atleta, allenatore, genitore. Ognuno dei tre vertici ha un ruolo preciso, e quello del genitore è probabilmente il più frainteso. Non è un tecnico aggiunto, non è uno spettatore neutro: è la figura che, con le sue parole e i suoi silenzi, decide se lo sport resta un’esperienza di crescita o diventa un terreno di ansia. Con la crescita del ragazzo, il compito del genitore deve evolvere dal controllo al sostegno dell’autonomia.
La ricerca ha un nome per questa competenza: la Sport Parenting Expertise (Harwood & Knight, 2015), cioè la capacità di usare abilità personali e relazionali per far esprimere al figlio il proprio potenziale senza sacrificarne il benessere psicologico. Un elemento chiave di questa competenza è il Mastery Climate: un clima in cui il valore di una prestazione si misura sull’impegno e sul miglioramento personale, non sul risultato.
Quando questo equilibrio salta, i rischi sono concreti e documentati. Una pressione eccessiva e aspettative fuori misura possono portare a burnout e drop-out, il ritiro fisico e psicologico dopo mesi di stress cronico (Coakley, 1992; Gould et al., 1996); a identity foreclosure, quando l’identità del ragazzo collassa sul risultato sportivo, rendendolo fragile davanti a un infortunio o a una sconfitta; e a entrapment, la condizione per cui il giovane continua a gareggiare non per piacere, ma per non deludere l’investimento – emotivo o economico – dei genitori.
Come comportarsi (e come no)
Prima della gara, il compito del genitore è offrire supporto logistico ed emotivo, non consigli tecnici. Le indicazioni tattiche – anche quelle dette con le migliori intenzioni – rischiano di entrare in conflitto con quelle dell’allenatore e di confondere il ragazzo nel momento sbagliato. Ciò che serve davvero è la sicurezza che il proprio valore non dipende dal risultato che seguirà. Da evitare: check tecnici dell’ultimo minuto, promemoria su cosa “deve” fare, paragoni con compagni o avversari.
Durante la gara, il modello da offrire è quello dell’intelligenza emotiva applicata: tifo positivo, rispetto per gli arbitri, applauso per l’impegno – anche quello della squadra avversaria. Le istruzioni tecniche urlate dagli spalti sono quasi sempre imprecise e quasi sempre
controproducenti: vanno evitate sempre, insieme a commenti su errori arbitrali o a reazioni visibili di frustrazione, che il ragazzo legge e assorbe in tempo reale.
Dopo la gara arriva il momento più delicato, quello che la letteratura chiama “il viaggio in macchina” (Dorsch, Smith & Dotterer, 2016). L’errore più comune è sottoporre il ragazzo a un debrief tecnico a caldo. Va invece rispettato il suo tempo di decompressione, e l’ascolto deve prevalere sull’analisi: “Ti sei divertito?”, “Di cosa sei orgoglioso oggi?” sono domande migliori di qualunque commento sul punteggio. Da evitare: la ricostruzione punto per punto della partita e il silenzio punitivo dopo una sconfitta.
Un ultimo tassello, spesso trascurato: il rapporto con l’allenatore. Un genitore che comunica con il tecnico – chiedendo, non correggendo – costruisce un fronte coerente attorno al ragazzo. Chiedere “Su cosa sta lavorando in questo periodo?” apre un dialogo utile; contestare le scelte di formazione o i minuti giocati, davanti al ragazzo o sui gruppi di piattaforme social della squadra, lo mette invece nel mezzo di un conflitto che non gli appartiene.
Infine, un principio che vale sempre: è lo sport del figlio, non del genitore. Ambizioni non realizzate, frustrazioni personali, rivincite da giocare per procura – tutto questo va tenuto fuori dal campo. La resilienza genitoriale (Patel, Johnston, Sarkar & Knight, 2026) si costruisce mantenendo la prospettiva: lo sport è uno strumento per far crescere l’autonomia del ragazzo, non un palcoscenico per gli adulti. Un buon indicatore per il genitore stesso: se dopo una sconfitta la propria frustrazione supera quella del figlio, è il momento di fare un passo indietro.
Il vero successo di un genitore sportivo non si misura dai trofei in bacheca, ma dalla persona che consegna alla società: autonoma, sicura di sé, capace di reggere una sconfitta senza crollare. Sostenere l’atleta oggi significa, prima di tutto, proteggere l’adulto di domani.
A cura del dott. Alberto Marchetti
Dott. Alessandro Bargnani | CEO Health & Human Performance Institute
Bibliografia:
Coakley, J. (1992). Burnout among adolescent athletes: A personal failure or social problem. Sociology of Sport Journal, 9(3), 271-285.
Côté, J. (1999). The influence of the family in the development of talent in sport. The Sport Psychologist, 13(4), 395-417.
Dorsch, T. E., Smith, A. L., & Dotterer, A. M. (2016). Individual, relationship, and context factors associated with parent support and pressure in organized youth sport. Psychology of Sport and Exercise, 23, 132-141.
Gould, D., Tuffey, S., Udry, E., & Loehr, J. (1996). Burnout in competitive junior tennis players: I. A quantitative psychological assessment. The Sport Psychologist, 10(4), 322-340.
Harwood, C. G., & Knight, C. J. (2015). Parenting in youth sport: A position paper on parenting expertise. Psychology of Sport and Exercise, 16, 24-35.
Holt, N. L., Tamminen, K. A., Black, D. E., Sehn, Z. L., & Wall, M. P. (2008). Parental involvement in competitive youth sport settings. Psychology of Sport and Exercise, 9(5), 663-685.
Patel, D., Johnston, J., Sarkar, M., & Knight, C. J. (2026). Defining and characterizing parental resilience in youth sport. Sport, Exercise, and Performance Psychology, 15(2), 142-160.


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