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Choking: quando la pressione soffoca la performance
- 19 gennaio 2026
- Posted by: Marchetti Alberto
- Categoria: Articoli
Il fenomeno del “choking under pressure” (letteralmente “soffocare sotto pressione”) rappresenta uno degli ambiti più studiati e complessi della psicologia dello sport. Esso si manifesta come un improvviso e marcato declino della prestazione, che porta l’atleta a rendere al di sotto dei propri standard abituali, proprio nei momenti in cui il risultato assume maggiore importanza. Questo fenomeno è stato principalmente interpretato attraverso due principali quadri teorici: le teorie della distrazione, secondo cui l’ansia assorbe risorse della memoria di lavoro necessarie all’esecuzione del compito, e i modelli del self-focus, che suggeriscono come la pressione induca un eccessivo spostamento dell’attenzione verso i processi tecnici del movimento.
Il concetto di reinvestimento si colloca all’interno di quest’ultimo filone teorico e viene definito come la tendenza a monitorare e controllare in modo consapevole movimenti e decisioni ormai diventati automatici grazie alla pratica. Negli atleti esperti, questo controllo volontario interferisce con la naturale coordinazione del gesto atletico, riportando paradossalmente l’esecuzione a una fase di apprendimento tipica dei principianti. Le evidenze scientifiche indicano inoltre che il reinvestimento può essere considerato sia un tratto relativamente stabile di personalità, ovvero una propensione individuale, sia uno stato transitorio attivato da specifiche condizioni situazionali, come pressione, noia o affaticamento.
Strategie e interventi contro il Reinvestimento
La letteratura scientifica ha individuato diverse tipologie di intervento utili a ridurre i crolli di prestazione, riconducibili a tre principali aree:
- Strategie di apprendimento: questi interventi mirano a evitare che, durante l’allenamento, l’atleta acquisisca troppe regole esplicite sul “come” eseguire il movimento. Metodi come l’apprendimento per analogia o l’apprendimento a errore ridotto favoriscono infatti l’automatizzazione del gesto, rendendolo più stabile e resistente allo stress nelle situazioni competitive.
- Gestione dei fattori situazionali (trigger): l’obiettivo è modificare la percezione della pressione da parte dell’atleta. Ad esempio, interpretare la gara come una sfida anziché una minaccia può ridurre la tendenza a controllare eccessivamente il movimento. Anche allenarsi in condizioni che simulano ansia e pressione competitiva aiuta a mantenere la prestazione nei momenti decisivi.
- Deviazione del focus attentivo: questi interventi puntano a spostare l’attenzione lontano dal controllo consapevole del gesto motorio. In generale, un focus esterno (come concentrarsi sull’effetto del movimento, ad esempio la traiettoria della palla) risulta più efficace di un focus interno sul corpo. In alcuni contesti, come con i bambini o in alcuni compiti di equilibrio, anche il focus interno o il dual-task (svolgere contemporaneamente un compito secondario) possono essere utili per gli atleti più inclini al reinvestimento, perché impegnano le risorse cognitive e riducono il monitoraggio eccessivo e controproducente del gesto.
L’efficacia delle pre-performance routine (PPR)
Un altro strumento fondamentale è rappresentato dalle pre-performance routine (PPR), sequenze strutturate di pensieri e azioni rilevanti per il compito che l’atleta esegue sistematicamente prima dell’esecuzione. Una metanalisi ha evidenziato che le PPR migliorano significativamente la prestazione, soprattutto sotto pressione elevata. Queste routine possono essere articolate (combinando imagery, self-talk e tecniche di rilassamento) oppure più semplici (basate su singoli elementi come il “quiet eye”, ossia la fissazione visiva finale sul bersaglio prima dell’azione). L’efficacia delle PPR non sembra dipendere dal livello di abilità, dall’età dell’atleta o dal grado di personalizzazione: anche routine standardizzate possono migliorare concentrazione e ridurre ansia.
Il paradosso delle “superstar” e l’autoregolazione
Un contributo particolarmente originale della letteratura riguarda il legame tra status pubblico e fallimento sotto pressione. Uno studio condotto su calciatori d’élite durante l’esecuzione dei rigori in competizioni internazionali ha evidenziato che le cosiddette superstar (atleti già affermati, caratterizzati da elevato prestigio, ampia visibilità mediatica e riconoscimenti consolidati) tendono a sbagliare più frequentemente i rigori rispetto a giocatori con uno status ancora emergente o privo di riconoscimenti significativi.
Questo fenomeno sembra essere riconducibile a una compromissione dei processi di autoregolazione legata alla minaccia all’ego: avendo “molto da perdere”, le superstar tendono a ridurre i tempi di preparazione per uscire rapidamente da una situazione percepita come altamente stressante, mostrando un tempo di risposta più basso e, di conseguenza, prestazioni peggiori. Al contrario, prendersi qualche secondo in più prima di avviare l’azione risulta associato a una maggiore probabilità di successo.
Oltre l’evitamento: la “clutch performance”
È fondamentale distinguere tra l’evitamento del choking e la cosiddetta clutch performance. Nel primo caso l’obiettivo è prevenire un crollo della prestazione sotto pressione; nel secondo, invece, si osserva un autentico incremento della performance nei momenti decisivi. Variabili come l’autoefficacia, la resilienza e una gestione delle risorse attentive orientata al compito risultano determinanti per eccellere nelle situazioni ad alta posta in gioco.
In conclusione, per ottimizzare la prestazione sotto pressione, la ricerca suggerisce l’adozione di un approccio integrato che includa l’automatizzazione del gesto attraverso l’apprendimento implicito, l’utilizzo di routine pre-prestazione (PPR) coerenti e prive di eccessiva fretta, e il mantenimento di un focus attentivo prevalentemente esterno. In questo modo, l’atleta evita di trasformare il proprio corpo in un meccanismo da analizzare minuziosamente nel momento in cui dovrebbe affidarsi all’automatismo.
Per chiarire ulteriormente il concetto, si può immaginare l’atleta come un pianista esperto: finché le dita scorrono sui tasti guidate dall’istinto e dalla memoria motoria, la musica è fluida ed espressiva. Il reinvestimento equivale al momento in cui il pianista inizia a pensare consapevolmente alla posizione di ogni singolo dito su ogni nota; a quel punto, la melodia si interrompe e l’esecuzione diventa rigida e incerta, come se fosse tornato alla sua prima lezione di musica.
A cura del dott. Alberto Marchetti
Dott. Alessandro Bargnani | CEO Health & Human Performance Institute
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