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Oltre il Podio: Il Ruolo Cruciale dello Psicologo dello Sport nel Nuovo Paradigma del Safeguarding
- 26 gennaio 2026
- Posted by: matteodeasti
- Categoria: Articoli
Il concetto di Safeguarding nello sport ha subito un’evoluzione profonda negli ultimi anni, passando da una visione focalizzata esclusivamente sulla protezione dell’infanzia a un approccio olistico e sistemico che abbraccia il benessere di tutti i partecipanti. Oggi, il Safeguarding è definito come l’insieme di tutte le misure proattive volte a prevenire e rispondere adeguatamente a ogni forma di molestia e abuso, promuovendo il benessere psicofisico delle atlete e degli atleti come priorità assoluta. In questo scenario in mutamento, la figura dello psicologo dello sport emerge non solo come un esperto di performance, ma come un vero e proprio architetto culturale della sicurezza.
La Complessità della Violenza Interpersonale (IV)
Il punto di partenza per ogni strategia di Safeguarding efficace è il riconoscimento della Violenza Interpersonale (IV), che include violenza fisica, sessuale, psicologica e la negligenza. Tra queste, la violenza psicologica è la forma più diffusa e documentata, spesso definita come la base su cui si innestano tutte le altre forme di abuso. Essa si manifesta attraverso comportamenti deliberati che manipolano, feriscono o ridicolizzano l’atleta, influenzando negativamente il suo senso del sé.
Lo psicologo dello sport è in una posizione unica per identificare i “segnali d’allarme” di questi abusi, poiché opera a stretto contatto con gli atleti e può discernere le dinamiche di potere distorte che alimentano la violenza. I dati mostrano che alcuni gruppi, tra cui i minori, le donne, gli atleti con disabilità e la comunità LGBTQIA+, sono esposti a un rischio significativamente più elevato di subire IV.
Lo Psicologo come Architetto Culturale
Il ruolo dello psicologo dello sport nel Safeguarding non è solo reattivo, ma profondamente preventivo. Egli deve agire per scardinare quella cultura del “vincere a tutti i costi” che spesso giustifica o normalizza pratiche abusanti in nome del successo agonistico. Lo psicologo opera su diversi livelli del sistema sportivo:
- Livello Individuale/Relazionale: Facilitando relazioni sane basate sulla fiducia reciproca e sulla comunicazione aperta, pilastri del benessere dell’atleta.
- Livello Organizzativo: Supportando la dirigenza nella creazione di Modelli Organizzativi e di Gestione (MOG) e Codici di Condotta che siano realmente efficaci e non semplici adempimenti burocratici.
- Livello Culturale: Promuovendo un clima in cui il silenzio e l’omertà lasciano il posto alla responsabilità condivisa e alla tutela della dignità umana.
Secondo l’Associazione Italiana Psicologia dello Sport e dell’Esercizio (AIPS), lo psicologo è una figura ideale per ricoprire il ruolo di Safeguarding Officer, a patto di possedere competenze multidisciplinari che integrino conoscenze psicologiche, giuridiche e una profonda intelligenza contestuale.
Verso un’Assistenza Informata sul Trauma
Un elemento cardine della pratica professionale moderna è l’adozione di un approccio Trauma- and Violence-Informed Care (Assistenza informata sul trauma e sulla violenza). Questo metodo riconosce che gli atti di violenza non sono solo incidenti isolati, ma sono spesso radicati in contesti socio-ecologici complessi. Lo psicologo dello sport deve essere in grado di gestire le segnalazioni con estrema empatia, garantendo un ambiente sicuro per il racconto e proteggendo la vittima dal rischio di vittimizzazione secondaria.
Quando un atleta condivide un’esperienza di maltrattamento, lo psicologo deve agire come un punto di riferimento neutrale, evitando indagini personali — che spettano alle autorità — e focalizzandosi invece sul sostegno emotivo e sul rinvio a specialisti qualificati. È essenziale che il professionista sia consapevole dei propri limiti deontologici e della necessità di collaborare con team multidisciplinari che includano avvocati, medici e assistenti sociali.
Sfide e Responsabilità Condivisa
Nonostante l’importanza del ruolo, gli psicologi dello sport affrontano spesso barriere sistemiche, come la resistenza delle organizzazioni sportive e la mancanza di una formazione specifica obbligatoria in alcune associazioni professionali. La pratica del Safeguarding richiede quindi un impegno costante nell’aggiornamento e nell’utilizzo di pratiche riflessive e supervisione per comprendere come il proprio background e il contesto culturale influenzino la percezione dell’abuso.
In conclusione, il Safeguarding non è un onere burocratico, ma una opportunità di crescita per l’intero sistema sportivo. Lo psicologo dello sport ha il compito di guidare questa transizione, assicurando che l’ambiente atletico sia un luogo dove le persone possano non solo gareggiare, ma prosperare e sentirsi protette.
Bisognerebbe immaginare il Safeguarding come la struttura di un faro in una tempesta: non impedisce al mare di essere agitato o alle onde di infrangersi, ma fornisce la luce necessaria affinché ogni atleta possa navigare verso il porto della propria crescita personale senza perdere la rotta a causa della violenza o del maltrattamento.
A cura del Dott. Matteo Deasti
Dott. Alessandro Bargnani | CEO Health & Human Performance Institute
Bibliografia
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