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Fisioterapia ed infortuni in prospettiva psicologica
- 12 ottobre 2026
- Posted by: Elisabetta Demurtas
- Categoria: Articoli
L’infortunio, per quanto mai auspicabile, rappresenta un evento ben presente nella vita di ogni atleta e configura una dinamica che non coinvolge solamente la dimensione fisica e fisiologica inerenti al ripristino delle normali funzionalità corporee, bensì un momento di grande challenge emozionale che si spinge fino ad una rimodulazione dell’immagine del sé ed ai propri vissuti di autoefficacia (Santi & Pietrantoni, 2013). Per un atleta la possibilità di funzionare efficacemente è alla base del potersi esprimere nell’attività che è scopo di tutti gli investimenti emozionali fatti nell’arco della vita. Il corpo è la base di sostegno della continuità del sé e l’infortunio ne minaccia l’integrità (Tavella, 2012). A seguito di un tale evento frustrazione, ansia, insicurezza, rabbia, delusione profonda e anche una sensazione di fallimento si affacciano quasi in maniera inesorabile influendo certamente sulla percezione di sé stessi e facendo dubitare sul futuro. La situazione che si viene a creare rappresenta certamente una problematica importante, ma può trasformarsi anche in una occasione di crescita e di nuovo slancio per il proseguimento della carriera. A tal proposito vorrei citare una dichiarazione di Flavia Penneta durante un TedX incentrato sulla sua storia tennistica; parlando del periodo che ha seguito il grave infortunio al polso destro (mano dominante) avvenuto nel 2012 e della successiva parte della carriera che la riporterà ad essere nuovamente una top 10 e vincere il torneo di Indian Wells 2013 e gli U.S Open 2015, riferendosi al suo coach ed al suo fisioterapista dice “Sono stati loro che mi hanno ricostruita. Mi hanno dato il coraggio di darmi un’altra opportunità”.
L’infortunio come esperienza psicologica
L’atleta infortunato non vive semplicemente un periodo di interruzione del proprio percorso verso la prestazione; infatti, la percezione può essere quella di aver gettato alle ortiche anni di lavoro, sudore, sacrifici senza avere la certezza di come finirà il periodo legato al recupero. Le strategie messe in atto sul corpo, quindi, non possono limitarsi all’aspetto fisico, ma è un intervento su una storia, un’identità, una realtà individuale che rappresenta un tutto. Avere la convinzione, se non addirittura la certezza, di ritornare ad un funzionamento analogo a quello che si aveva al momento dell’evento diventa fondamentale per affrontare con profitto la sofferenza e la fatica che inevitabilmente la riabilitazione richiede (Ardernet al., 2013). La capacità di analizzare e relativizzare l’evento e convertirlo in una sfida di crescita personale può fare tutta la differenza del mondo nell’esito dei percorsi riabilitativi.
Il ruolo del fisioterapista
A seguito dello studio e della diagnosi accurata a carico delle figure mediche di riferimento, in accordo e collaborazione con esse, al fisioterapista spetta la diagnosi funzionale su cui basare le decisioni di programmazione terapeutica e riabilitativa. Il ragionamento alla base di questa scelta primaria si fonda su un ragionamento diagnostico e procedurale di comprensione e gestione del caso, non può però prescindere anche da un profondo ragionamento narrativo e di gestione della comunicazione con l’atleta. Questo passaggio è di fondamentale importanza per comprendere i reali bisogni di cura della persona, infatti, non è così importante quello che accade, ma piuttosto l’interpretazione e la spiegazione che l’atleta da e ciò determinerà inesorabilmente l’efficacia delle azioni messe in atto nel processo riabilitativo (J. Mezirow). Comprendere credenze, emozioni, desideri del paziente ci consente di regolare l’intervento in funzione dell’individuo che abbiamo dinnanzi e ottimizzare tutte le nostre scelte conseguenti. Il fisioterapista è colui il quale trascorrerà la maggior parte del tempo con l’atleta in questo periodo delicato e lo vedrà messo a nudo (non solo metaforicamente) dovrà quindi instaurare una complicità ed un’alleanza terapeutica profonda che rasenta quella richiesta negli interventi psicologici. Il passaggio è dalla formula “to cure” (attuazione delle migliori pratiche terapeutiche) a quella “to care” (accoglienza ed accettazione non giudicante di chi è in difficoltà), questo non significa un approccio di compassione a prescindere bensì una visione empatica che porterà a condividere il percorso che riporterà l’atleta a performare. Occorre rendere l’atleta partecipe del progetto con spiegazione esaustive dei vari momenti, utilizzare le sue peculiari caratteristiche di gestione del corpo e di resilienza, far percepire i cambiamenti e miglioramenti quotidiani ed esplicitare dove si è e dove si arriverà ponendo enfasi anche sui benefici che questo periodo potrà garantire nel prosieguo dell’attività agonistica. In questo percorso anche il terapista dovrà auto analizzarsi per evitare di essere condizionato dalle proprie credenze ansie e paure. Chiaramente l’ottimo sarebbe potersi rivolgere a figure specializzate in psicologia specialmente se non si percepisce di essere sufficientemente preparati ad affrontare le tematiche che possono sorgere in itinere, non si tratta mai di uno “one man show”, in ogni caso una formazione sulle tematiche inerenti al funzionamento psicologico dell’atleta ed un approccio rispettoso e prudente sarebbero auspicabili se non obbligatori. L’ intervento, inoltre, non si può ritenere concluso con il ritorno all’attività, il seguimento rappresenta una parte altrettanto importante per evitare ricadute e riportare alla normalità tutti gli scompensi che evento traumatico e percorso riabilitativo inevitabilmente comportano senza mai dimenticare l’approccio narrativo ed empatico.
Conclusioni
L’infortunio di un atleta è un momento delicato dal punto di vista fisico ma soprattutto psicologico, il fisioterapista adeguatamente formato può svolgere un ruolo chiave nel ritorno alla performance instaurando un rapporto che va oltre la figura del professionista della riabilitazione andando a stimolare la collaborazione e l’alleanza sia con l’atleta che con le altre figure professionali coinvolte fungendo da collante e da punto di vista privilegiato in virtù della quantità di tempo che necessariamente dovrà dedicare. Risulteranno quindi fondamentali, oltre le competenze specialistiche, le capacità empatiche, di ascolto e di condivisione che sarà in grado di mettere in campo.
A cura del dott. Massimo Tosello
Dott. Alessandro Bargnani | CEO Health & Human Performance Institute
Bibliografia:
Ardern, C. L., Taylor, N. F., Feller, J. A., & Webster, K. E. (2013). A systematic review of the psychologicalfactors associated with returning to sport following injury. British Journal of Sports Medicine.
Armando, Gerbi R.F., Crocetti G. (2012). L’accudimento psicologico in ambito sanitario.
Merizow J. (1991). Transformative dimension of adult learning.
Santi, G., & Pietrantoni, L. (2013). Psychology of sport injury rehabilitation: A review of models and interventions. Journal of Human Sport and Exercise.
Tavella. (2012). Psicologia dell’handicap e della riabilitazione nello sport


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